Articoli nig123

Pubblicato il 12 settembre 2016 | da Redazione Utoya.Lep

1

In fuga dal petrolio. Alcune riflessioni sui richiedenti asilo nigeriani in Italia

 

 

di Roberto Molentino, co-fondatore di Utoya.lep e operatore sociale dell’accoglienza di Arci Lecce

“… non ti ricordi di Ken Saro Wiwa?
perché troppo ha amato
l’hanno ammazzato davanti a tutti
bugiardi dentro, fuori assassini
vigliacchi in divisa, generazioni intere
ingannate per sempre …”.
A sangue Freddo, Il Teatro degli Orrori, 2009

Come ha scritto Daniel Pennac, ci sono foto che servono a non farci smettere di guardare, osservare, capire. Una di queste, particolarmente carica di significati, è stata scattata nel 2014 dal noto fotografo nigeriano Akitunde Akinleye: l’immagine mostra le gambe di un uomo che si allontana, su una strada fangosa, con due taniche di benzina, con ogni probabilità appena rubate.

In un paese come la Nigeria, che ha enormi riserve petrolifere e una capacità estrattiva stimata in oltre due milioni di barili al giorno (che ne fa, al netto del drastico calo registrato negli ultimi mesi, dovuto al precipitare delle condizioni di sicurezza nel paese, il primo produttore africano, oltre che uno dei principali fornitori dell’Europa occidentale), gran parte della popolazione vive in condizioni di povertà assoluta e assiste al continuo saccheggio delle ricchezze del proprio territorio, devastato da un’industria, quella petrolifera, che realizza ogni anno profitti per miliardi di dollari.

Nelle popolose aree meridionali della Nigeria (l’area del delta del Niger comprende sei Stati produttori di petrolio, con 30 milioni di abitanti e 185 governi locali), dove sono presenti i maggiori giacimenti di idrocarburi del paese, nel corso degli ultimi decenni sono stati compiuti dei veri e propri scempi ambientali, che hanno portato a delle conseguenze drammatiche sulla vita degli abitanti.

Il mare, i terreni e le falde acquifere sono stati fortemente compromessi dallo spaventoso inquinamento causato attività di estrazione del petrolio, che purtroppo continuano ad avvenire senza un adeguato rispetto per l’ambiente e la salute delle persone: l’agricoltura, l’allevamento e la pesca, settori che impegnavano un gran numero di lavoratori, hanno così conosciuto un vero e proprio tracollo, producendo una massa di uomini senza lavoro (divenuti in breve tempo facile preda, come vittime o manovalanza, delle organizzazioni criminali, dato che le imprese del petrolio, impiegando soprattutto manodopera specializzata, non sono riuscite a garantire un impiego a coloro cui avevano indirettamente sottratto il lavoro) e mettendo in ginocchio le già fragili economie di un gran numero di famiglie.

Di contro, gli enormi flussi di denaro generati dall’estrazione del petrolio hanno progressivamente instillato nella popolazione un vero e proprio culto della ricchezza, in linea con i tratti peggiori dello stile di vita e della cultura occidentale.

Le élites nigeriane (politici, funzionari pubblici, banchieri, alti esponenti delle forze militari) che si sono arricchite con il business dell’oro nero hanno iniziato a fare sfoggio della loro fortuna: ciò ha portato a un repentino, quanto diffuso cambio di mentalità soprattutto nei più giovani, sempre maggiormente affascinati dal cinico individualismo degli uomini più ricchi e potenti.

Già a partire dagli Anni Settanta, una società sempre più corrotta ha prodotto un  gran numero di giovani pronti a tutto pur di venire fuori dalla propria condizione di miseria. L’avvento delle televisioni prima e di internet poi ha amplificato l’effetto di questa deriva sociale, la quale ha interessato anche moltissime donne nigeriane: un numero sempre maggiore di ragazze ha deciso, infatti, di dedicarsi all’attività di prostituzione, vista come l’unica attività che potesse permettere loro di emanciparsi dal punto di vista economico e, magari, aiutare la propria famiglia; molto più spesso, tuttavia, le donne nigeriane sono state forzatamente introdotte nel mercato internazionale del sesso, sfruttate e tenute in scacco da organizzazioni criminali dotate di centri di potere che collegano la Nigeria, dove vengono prelevate le vittime di questa ignobile tratta, ai principali paesi di destinazione, Italia compresa.

Mentre intere generazioni di nigeriani cercano di sopravvivere alla miseria e alla violenza, oppure si perdono dietro al mito dell’opulenza, le industrie del petrolio continuano a saccheggiare e inquinare il territorio, contando sull’impunità garantita dal rapporto privilegiato con funzionari e politici corrotti.

Un’indagine condotta tra il 2009 e il 2011 dal Programma delle Nazioni Unite per l’ambiente ha documentato  e riconosciuto nel dettaglio la catastrofe ambientale: quella che fino al 1956, anno della scoperta dei primi giacimenti di petrolio, era un’area praticamente incontaminata, dove le foreste di mangrovie facevano da sfondo a un ecosistema caratterizzato da un equilibrio fra uomo e natura che oggi definiremo “sostenibile”, ora è un inferno dominato dalla melma nera.

Nei pozzi d’acqua utilizzati dalla popolazione per alimentarsi e lavarsi, sono stati riscontrati livelli di tossicità 900 volte superiori a quelli consentiti dall’OMS.  Pur di trovare acqua potabile, le comunità locali devono scavare nel sottosuolo fino a 50 metri di profondità, provocando un dissesto idrogeologico foriero di altre potenziali tragedie. Per alimentare le pompe che servono a tirar su l’acqua dal sottosuolo, i nigeriani sono costretti a procurarsi il carburante rubandolo, “bucando” le tubature dove scorre l’oro nero estratto dalle grandi compagnie petrolifere.

Anche l’aria è resa insalubre, specie per via del c.d. “gas flaring”, pratica che consiste nel bruciare a cielo aperto il gas al fine di rendere più veloce l’estrazione del petrolio: pur essendo vietata dalla legge nigeriana, tale pratica persiste e provoca danni ingentissimi all’uomo e all’ambiente.

Per gli uomini e le donne che abitano nelle città e nei villaggi della Nigeria meridionale non è stata prevista nessuna adeguata compensazione economica per i danni subìti; le compagnie petrolifere, inoltre, hanno cercato di evitare con ogni mezzo di accollarsi le spese per bonifica dei territori, contando sull’appoggio non esattamente disinteressato delle autorità governative nigeriane.

Ogni legittima e pacifica protesta è stata sedata nel sangue, portando per reazione alla nascita di gruppi armati che hanno reso ancora più violento e insicuro lo scenario. Oggi, le aree della Nigeria dove si estrae petrolio e quelle immediatamente circostanti, trascinate nel tragico vortice innescato dall’industria petrolifera, sono caratterizzate da un tasso di violenza altissimo, con frequenti omicidi, rapimenti, stupri: anche per questo, la speranza di vita negli stati meridionali della Nigeria non supera i 40 anni, un dato medio inferiore di ben 12 anni rispetto a quello nazionale, già di per sé non confortante. Un vero e proprio paradosso, purtroppo assai diffuso nella realtà africana.

Le multinazionali del petrolio operanti in Nigeria hanno tentato di scaricare le maggiori responsabilità del disastro ecologico sulla popolazione locale, tentando di uscire dal pantano delle cause nel frattempo intentate dai cittadini, con il chiaro fine di minimizzare le perdite economiche. Secondo queste compagnie, infatti, sono i sabotaggi a fini estorsivi e i buchi nelle condutture per poter rubare il petrolio le cause principali cause degli sversamenti di greggio nelle acque e sul terreno.

Le ONG e le popolazioni locali, tuttavia, puntano il dito sulle croniche carenze di manutenzione delle condutture da parte della multinazionali.

Quello che ad ogni modo risulta evidente, è la spaventosa cifra degli sversamenti di greggio che avvengono in Nigeria ogni anno: si parla di oltre 600 incidenti di piccola o grande entità (basti pensare che in Europa se ne verificano soltanto poche decine all’anno e, giustamente, vengono descritti come veri e propri danni ambientali), con enormi quantità di petrolio che vanno ad ammorbare l’ambiente circostante.

Per risanare i disastri ambientali che hanno avuto luogo negli ultimi 60 anni e ripagare la gente dei danni subìti occorrerebbe un esborso di svariati miliardi di dollari, costo che le multinazionali non hanno alcuna intenzione di accollarsi, se non in minima parte.  Alcune famiglie, ad esempio, si sono sentire offrire un risarcimento di 3 o 4 mila dollari per un loro congiunto che aveva perso la vita a causa delle attività estrattive. Stessa offerta è stata avanzata ad alcuni gruppi di pescatori privati per sempre del loro mestiere.

Anche nei rari casi in cui ammettono le responsabilità, le società petrolifere tendono ad escludere la popolazione locale dagli accordi di bonifica, precludendo qualsiasi controllo democratico sulle procedure e il rispetto degli impegni, che vengono quasi sempre disattesi, come dimostra un rapporto di Amnesty International pubblicato alla fine del 2015.

L’organo di controllo statale, l’Agenzia nazionale per l’individuazione e la risposta alle fuoriuscite di petrolio (Nosdra), opera con personale ridotto e continua a certificare come bonificate aree che non lo sono affatto.

Mentre in Nigeria si compiono queste ingiustizie, migliaia di uomini e donne provenienti dalle martoriate aree del delta sono costretti ad abbandonare le proprie case per cercare salvezza in Europa, la stessa Europa che compra e lucra sul petrolio nigeriano.

Per chi, come me, si occupa di accoglienza, ascoltare nomi di città e luoghi come Edo State, Benin City, Lagos, Warri oppure Anambra, tanto per fare qualche esempio, rappresenta una consuetudine. Da quelle città della Nigeria del sud provengono, infatti, la maggioranza dei richiedenti asilo di nazionalità nigeriana che giungono nel nostro paese.

L’Italia è in assoluto la meta principale dei nigeriani a livello europeo, con un numero di domande di asilo che cresce anno dopo anno: basti pensare che nel solo 2014 le domande sono state 10.138, mentre nell’anno precedente erano state “appena” 3.545.

Anche nel 2015, come documentato dall’ultimo Atlante SPRAR, i beneficiari di origine nigeriana rappresentano la maggioranza relativa (15,2%), confermando un trend ormai in atto da qualche anno. Secondo i dati diffusi dalla Commissione Nazionale per il diritto di asilo, infatti, a partire dal 2008 è sempre stato il primo o il secondo paese per origine dei beneficiari presenti in Italia dal 2008.

A un numero elevato di domande di asilo non corrisponde, tuttavia, un altrettanto alto numero di accoglimenti delle domande di protezione: al contrario, la percentuale dei richiedenti asilo nigeriani che ottengono una forma di protezione (internazionale o nazionale) è più la più bassa se confrontata a quella dei principali paesi d’origine dei richiedente asilo nel nostro paese (41,6%, dati Eurostat 2014): tanto per fare un esempio, senza “scomodare” paesi in evidente e drammatico stato di guerra come l’Iraq o la Siria, i richiedenti asilo proveniente dal Pakistan hanno una percentuale di esiti positivi superiore di ben 10 punti.

Anche se più basso rispetto a quella di altri paesi d’origine, il dato italiano di esiti positivi rispetto alle domande di protezione avanzate da nigeriani è comunque più alto rispetto alle principali nazioni europee: in Germania, ad esempio, la percentuale di riconoscimenti di protezione per i richiedenti nigeriani è del 29,2%, mentre in Francia è addirittura del 9,2%.

Nei primi 9 mesi del 2015, i richiedenti nigeriani hanno ricevuto ben 8.385 dinieghi su un totale di 11.340 decisioni.

Come ha scritto il giornalista Alessandro Lanni su un articolo pubblicato sul sito openmigration.org (portale di cui Lanni è coordinatore), questi dati fanno comprendere come i nigeriani siano considerati spesso dei “migranti di serie B”, che nonostante abbiano lasciato il proprio paese in preda alla violenza indiscriminata (secondo l’Armed Conflict Location and Event Data Project, infatti, tra il 1997 e la fine del 2015 in Nigeria ci sono state 50.157 morti violente, un quinto delle quali nel solo anno solare 2015), e provengano dalle devastate aree meridionali (ancora più violente, secondo il concorde giudizio delle più importanti ONG e agenzie internazionali che si occupano dello studio dei conflitti).

La ritrosia delle autorità italiane ed europee a riconoscere tutela ai richiedenti nigeriani è ancora più difficile da comprendere se si considera che il dato complessivo dei richiedenti di nazionalità nigeriana è quello più equilibrato in termini di genere. Ciò significa che a raggiungere l’Europa per avanzare richiesta di asilo sono spesso donne, le quali, in molti casi, sono vittime di tratta con fini di sfruttamento sessuale.

Come afferma Fulvio Vassallo “… in molte commissioni territoriali si registra un trattamento assai pesante nei confronti delle giovani donne nigeriane che presentano una richiesta di protezione internazionale, in quanto i componenti della Commissione avvertono che la persona è certamente vittima, o potrebbe essere vittima in futuro della tratta a scopo di sfruttamento sessuale, in ragione della sua provenienza, dell’età, delle modalità del viaggio e della zona di provenienza, ma se la donna non accetta di essere considerata come vittima di tratta e insiste solo sulla richiesta di asilo, adducendo altri concreti motivi che potrebbero ostare al suo rimpatrio forzato, non viene generalmente creduta e non riceve il riconoscimento della protezione internazionale”.

Una recente sentenza della Corte d’Appello di Trieste, però, segna una piccola, ma importante controtendenza.

La Corte d’Appello di Trieste, infatti, ha accolto il ricorso presentato da una cittadina nigeriana proveniente dallo Stato del Delta, riconoscendole la protezione sussidiaria.

Le motivazioni a sostegno della decisione sono molto interessanti, per diversi ordini di motivi:

  • riconosce in maniera limpida che gli stati meridionali della Nigeria sono tra quelli con il maggior grado di violenza a livello nazionale, come dimostrano i rapporti prodotti da ONG come Amnesty International e Human Rights Watch, il cui valore probatorio è pacificamente riconosciuto dalla giurisprudenza di legittimità e dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo.
  • chiarisce e conferma che non può essere presa in considerazione la possibilità che il richiedente si trasferisca in una regione sicura del proprio paese, “atteso che tale condizione, contenuta nell’art. 8 della Direttiva 2004/83/CE, non è stata trasposta nel d. lgs. n. 251 del 2007, essendo facoltà rimessa agli Stati membri inserirla nell’atto normativo di attuazione della Direttiva”. Non si può, quindi, “diniegare” la richiesta di asilo fondandola sul fatto che il richiedente non abbia cercato di raggiungere un luogo sicuro all’interno del proprio paese.
  • stimola le autorità impegnate nell’esame della domanda a dare piena attuazione al principio di cooperazione istruttoria, impegnandosi per accertare i fatti rilevanti ai fini del riconoscimento della protezione internazionale.

Questa sentenza, a prescindere dal suo valore giuridico limitato al caso specifico, autorizza senza dubbio alcune riflessioni, che tengono conto di quanto già affermato sul contesto politico e sociale delle aree meridionali della Nigeria.

Tale orientamento ha trovato conferma in una ancora più recente decisione, presa questa volta dal Tribunale di Bari: la sentenza, accogliendo il ricorso di un cittadino di Edo State, fa presente come sia lo stesso Ministero degli Esteri a riconoscere la pericolosità di queste aree della Nigeria, sconsigliando viaggi in queste zone da parte dei cittadini italiani. Viene da chiedersi, quindi, se la pericolosità di una zona dipenda dalla nazionalità e non dall’essere, semplicemente, umani!

Per gli operatori legali e sociali dei CAS e degli SPRAR queste sentenze sono dei piccoli segnali di mutamento, che, anche alla luce della possibile riforma del diritto d’asilo in Italia, dovrebbero spingere le Commissioni Territoriali ad un atteggiamento di maggiore attenzione nei confronti dei richiedenti asilo originari delle aree meridionali della Nigeria.

Lavoro in progetti di accoglienza gestiti da Arci Lecce da quasi un anno, e in questo breve periodo ho visto uscire dai progetti, con tanto di diniego, molti ragazzi con storie drammatiche, che mi raccontavano delle loro esperienze di vita in città come Benin City,  Anambra o in qualche villaggio dell’area meridionale della Nigeria.

Ho ascoltato la storia di giovani uomini che lavoravano in condizioni di semi-schiavitù nel settore della costruzione dei pozzi, alle ricerca di un po’ d’acqua non contaminata dagli sversamenti di petrolio. Ho guardato in faccia il figlio di un poliziotto pestato a morte dalla folla inferocita a seguito dell’ennesimo scandalo politico: è stato lui, appena arrivato, a confessarmi il suo stupore nell’assistere ai comizi elettorali che non finivano con violenze e pestaggi, ma magari con una stretta di mano tra contendenti. E poi donne, ho visto. Donne con il volto segnato dalle violenze, e l’animo ancora più ferito. Donne violentate, sfruttate, sopravvissute all’inferno libico.

Volti di un territorio sfigurato a causa delle sue enormi ricchezze.

Uomini e donne provenienti da aree dove alcuni villaggi (secondo quanto riporta il medico Enrico Tagliaferri sul sito saluteinternazionale.info) registrano addirittura il 60% di popolazione affetta da post traumatic stress disorder, ovvero nevrosi da guerra, un disturbo psichiatrico caratterizzato dalla tendenza a rivivere l’esperienza traumatica tramite sogni, flashback, pensieri intrusivi: un dato, quello relativo a questi villaggi nigeriani, che risulta superiore persino alle aree più sconvolte dell’Afghanistan e del Rwanda post-genocidio.

Chi lavora nell’accoglienza dei richiedenti asilo non può che lottare con tutta la passione e la professionalità possibili per favorire l’integrazione sociale e lavorativa e il recupero dell’autonomia di queste persone. Nel nostro intimo, possiamo continuare a sperare, come facciamo ogni volta, che la richiesta di protezione o il ricorso dia esito positivo.

Forse, però, possiamo fare di più. Anzi, dobbiamo fare di più.

Possiamo e dobbiamo accendere una luce sulla Nigeria e su quanto di orrendo si sta consumando in quelle terre. Possiamo e dobbiamo ricordare, a noi stessi prima di tutto, che mentre i politici e i potenti della grande Nigeria acquisiscono sempre maggiore influenza non solo all’interno del continente africano, ma anche a livello internazionale, come dimostra anche la recente elezione di Mohammed Barkindo a segretario generale dell’OPEC, c’è un popolo che affoga nella miseria, nella violenza, nel caos.

Le migliaia di persone che giungono in Italia e nel resto d’Europa non sono che la risacca di un tragico scenario dove si intrecciano violenza, corruzione e cinismo; un tragico scenario dove le imprese e gli stati occidentali non possono certo dirsi esenti da responsabilità.

Ricordiamocene, la prossima volta che guardiamo in faccia un nigeriano che ci viene incontro col cappello in mano, “infastidendoci” con la sua richiesta di elemosina.

Ricordiamocene quando un nigeriano viene ad abitarci accanto, in una casa destinata all’accoglienza nel sistema Sprar.

Chiediamogli da dove viene, cosa faceva prima di venire in Italia, quali sono le sue aspettative, i suoi sogni, le sue paure.

Il 10 novembre prossimo saranno trascorsi 21 anni dall’uccisione di Ken Saro Wiwa, scrittore, poeta, attivista dei diritti umani: fu il primo ad opporsi ai metodi delle multinazionali del petrolio.

Ken Saro Wiwa fu impiccato per ordine del regime militare nigeriano allora al potere. Le multinazionali del petrolio, Shell in testa, hanno sempre respinto al mittente le accuse di complicità, giunte da più parti sia in Nigeria che a livello internazionale, rispetto all’efferato omicidio del poeta nigeriano. Non c’è dubbio, però, che spegnere la sua voce si sia rivelato un vantaggio per chi per decenni ha tratto enormi profitti dall’estrazione del petrolio, senza mai preoccuparsi della vita delle persone che abitavano e abitano quei territori oggi devastati e stretti nella morsa tra violenza e corruzione, costringendo moltissimi giovani a cercare fortuna e protezione fuori dal proprio paese.

La parte migliore della società civile nigeriana continua a denunciare il paradosso di una nazione ricca di materie prime, ma avara di opportunità per la stragrande maggioranza della popolazione. Artisti, musicisti, intellettuali, sportivi, attivisti dei diritti umani, si oppongono con coraggio al sistema di clientele e di corruzione che ruba il futuro, la sicurezza personale e la salute a milioni di cittadini nigeriani.

Uno di questi, il pugile Efe Ajagba, ha lanciato la sua denuncia pubblica da Rio de Janeiro, dove stava partecipando alle Olimpiadi da poco terminate. Dopo aver passato il turno nei quarti di finale della categoria 91 Kg, Efe ha dichiarato che il pugno decisivo dell’incontro, quello che ha mandato al tappeto il suo avversario, aveva dentro tutta la sua rabbia per la corruzione e gli abusi di potere che impediscono a tanti nigeriani di vivere una vita degna di essere vissuta.

Sta a noi raccogliere il messaggio di Efe e di tutti i nigeriani che in Nigeria e fuori dalla Nigeria si battono contro un sistema che produce continue violazioni dei diritti umani. Sta a noi accendere i riflettori sulla situazione della Nigeria, valorizzando le storie, le esperienze di vita e le conoscenze che ci offrono i tanti beneficiari nigeriani dei nostri progetti di accoglienza.

Il 10 novembre prossimo, ventunesimo anniversario della morte di Ken Saro-Wiwa, potrebbe essere un’occasione per conoscere un po’ meglio questo grande paese africano, che malgrado gli enormi problemi sta conoscendo una nuova primavera culturale, testimoniata dal successo di scrittori e intellettuali come Wole Soynka, Premio Nobel per la letteratura nel 1986, Teju Cole o Noo Saro-Wiwa, la figlia del grande poeta scomparso.

Parlare della Nigeria servirebbe ad inquadrare meglio quei problemi globali (inquinamento, violenze indiscriminate, conseguenti fughe di massa,) dei quali scorgiamo soltanto la parte terminale rappresentata dagli esseri umani in fuga, appendice di carne viva di questioni con cui occorrerà, prima o poi, fare realmente i conti.

 

Tags: , , , , ,




One Response to In fuga dal petrolio. Alcune riflessioni sui richiedenti asilo nigeriani in Italia

  1. Raffaella Monia Calia says:

    Complimenti per il bellissimo articolo

Lascia una risposta

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <s> <strike> <strong>

Back to Top ↑