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Pubblicato il 3 febbraio 2017 | da Redazione Utoya.Lep

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La crisi politica gambiana: possibili implicazioni

di Sergio De Magistris 

 

“Chiamo per augurarti il meglio, la gente del Gambia ha parlato”.

Con queste parole trasmesse in Tv, il primo dicembre, il presidente Yahya Jammeh si congratulava con il leader dell’opposizione Adama Barrow riconoscendo la propria sconfitta elettorale. Risultato che avrebbe dovuto mettere fine a un regime inaugurato nel 1994 con un colpo di stato dell’allora colonnello e capo dell’AFPRC (Forze Armate del Consiglio Governativo Provvisorio). Ammissione di sconfitta accolta da un misto di stupore ed esaltazione nel Paese dopo le intimidazioni, gli assalti brutali nei confronti dell’opposizione e l’allontanamento degli osservatori internazionali che avevano preceduto le elezioni.

La fine di 22 anni di potere attraverso lo strumento elettorale era visto come un trionfo dei princìpi democratici in Gambia. Ma appena una settimana dopo, il 10 dicembre, Jammeh ha ritrattato la sua ammissione, accusando “anomalie gravi e inaccettabili” nel processo elettorale e chiedendo nuove elezioni. Così la mattina del 13 dicembre le forze di sicurezza gambiane hanno occupato la sede della commissione elettorale su ordine di Jammeh, dopo la decisione di ricontare i voti da parte del presidente della commissione elettorale Alieu Momarr Njai che nuovamente hanno confermato la vittoria di Barrow. Immediato quanto inutile il tenativo dei presidenti di Nigeria, Sierra Leone, Ghana e Liberia arrivati nella capitale del Paese il giorno stesso per tentare di risolvere la crisi e convincere Jammeh a lasciare la presidenza. Ciò ha scatenato pesanti reazioni contro il despota, il quale, se non si fosse dimesso entro il 19 gennaio, avrebbe subito l’intervento militare da parte dei Paesi ECOWAS e il disconoscimento come Presidente da parte dell’Unione africana.

Nonostante ciò, il 17 gennaio 2017 è stato proclamato uno di stato di emergenza di novanta giorni, dando a Jammeh la possibilità di compiere arresti indiscriminati, di imporre un coprifuoco chiudere le frontiere e ovviamente prendere tempo. Nel frattempo, il 19 gennaio 2017 alle 17.00 (ora italiana) presso l’ambasciata del Gambia in Senegal il presidente eletto Adama Barrow ha effettuato giuramento al Paese invitando i suoi connazionali, con un post su Facebook, a seguire l’evento. Testate internazionali nel Paese testimoniano manifestazione di esultanza a Banjul appena dopo l’investitura ufficiale di Barrow. Al contempo molti civili e turisti stanno scappando dal Gambia temendo un escalation della violenza stime ONU hanno calcolato che questa settimana circa 26mila gambiani sono fuggiti in Senegal, mentre circa 3.500 turisti stanno venendo progressivamente evacuati. Quali sono le implicazioni di sicurezza del rifiuto del presidente Jammeh di dimettersi alla fine del suo mandato?

Il rifiuto di Jammeh di lasciare la carica aumenta il rischio di conflitti interni ed esterni a causa della risposta regionale alla crisi. Sia l’Unione africana che la Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (ECOWAS) hanno annunciato il rifiuto di riconoscere Jammeh come presidente, a partire dalla fine del suo mandato il 19 gennaio. Come affermato in precedenza ECOWAS è andata oltre la via diplomatica minacciando l’intervento militare in caso di rifiuto da parte di Jammeh di dimettersi. A tal fine, una forza d’intervento guidata dal Senegal è stata schierata per entrare in Gambia. Inoltre truppe nigeriane sono arrivate in Senegal, con alcune navi militari di Abuja dirette verso le acque gambiane. Una decisione dell’ECOWAS di intervenire può provocare gravi problemi di sicurezza interna non tanto per l’esito di uno scontro diretto tenendo conto dei rapporti di forza, Jammhel può contare solo su un esercito di 800 uomini, rispetto ai 18.600 del Senegal, quanto per l’elevata possibilità di gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani in Gambia.

L’intervento comporta anche rischi di una ricaduta nei Paesi vicini, in particolare in Senegal. A questo proposito diventa rilevante l’irrequieta regione del Casamance in Senegal al confine col Gambia, dove Banjul potrebbe fornire supporto di vario genere al Movimento delle Forze Democratiche del Casamance usando così i gruppi ribelli come “proxy” per destabilizzare i nemici. L’incapacità di ECOWAS nel convincere Jammeh ad accettare il ritiro sottolinea la leva limitata, al di fuori della sfera militare, che l’organizzazione regionale ha in Gambia. Eppure, gli sforzi diplomatici devono prevalere se si vuole evitare l’uso della forza. Già un certo numero di ministri e funzionari pubblici, tra cui il vice presidente, si sono dimessi. Forse se si aumentassero questi sforzi altri pubblici ufficiali, parlamentari e funzionari della sicurezza potrebbero essere spinti alla defezione senza dover ricorrere all’intervento armato. Inoltre altro compito di ECOWAS dovrebbe essere quello di gestire efficacemente la crisi dei rifugiati. I conflitti dell’Africa occidentale nei primi anni 1990 hanno illustrato che una cattiva gestione dei flussi migratori potrebbe esacerbare il conflitto, portando ad un’escalation della violenza sul piano regionale. In questo senso, gli Stati membri di ECOWAS dovrebbero fornire adeguato sostegno alle zone di confine col Senegal che già assorbono migliaia di profughi fuggiti nelle ultime settimane dal Paese. ECOWAS deve lavorare in modo proattivo per garantire un efficace protezione ai rifugiati gambiani per evitare quanto successo in passato.

L’importanza del compimento del processo democratico in un Paese piccolo come il Gambia Ricostruire in Gambia un sistema politico in grado di svolgere le principali funzioni di sovranità, è condizione essenziale sia per lo sviluppo nazionale che per la stabilità regionale. Gambia e Togo sono gli unici due paesi membri di ECOWAS governati da governi autoritari di lunga data. Cosa che pone ovvi problemi politici in seno all’organizzazione, come nel 2015, quando all’interno di ECOWAS si è proposto un limite di 3 mandati presidenziali, Gambia e Togo si sono opposti alla misura. Un risultato democratico in Gambia porterebbe il Paese in linea con la maggior parte degli Stati membri, rafforzando ulteriormente la pressione sul Togo per adottare ulteriori aperture democratiche. Altrettanto importanti sono le implicazioni sull’intero continente. In un momento in cui molti hanno iniziato a mettere in discussione l’effettiva capacità delle istituzioni regionali e continentali africane nel sostenere i valori democratici, come dimostrato dalle crisi politiche in Burundi e nella Repubblica Democratica del Congo, un successo di ECOWAS fornirebbe nuova linfa ai processi di cooperazione regionale in Africa. Oltre a una più salda cooperazione sia regionale che internazionale, Banjul dovrà intraprendere delle iniziative sul piano interno come un’efficace lotta alla corruzione dilagante, e porre rimedio a quei fattori politici, socioeconomici e religiosi in grado di minare il processo democratico ponendo particolare accento su istruzione e partecipazione a tutti i processi decisionali. Al fine di facilitare una transizione stabile in Gambia, Adama Barrow, una volta salito al potere deve tenere presente che nonostante una probabile uscita di scena di Jammeh gli uomini fedeli a lui rimangono. Persone che hanno acquisito ricchezza e potere con il vecchio presidente, che hanno ruoli chiave all’interno dell’apparato statale, (in particolare funzionari del settore della sicurezza) e che in passato si sono macchiati di abusi di potere e non rispetto dei diritti, protetti dal vecchio regime. Inoltre, data la lunga storia di violazioni dei diritti umani in Gambia, alcuni leader nel settore della sicurezza potrebbero temere un’azione penale e adottare misure per destabilizzare lo Stato. Barrow deve essere chiaro sul futuro di queste persone legate al vecchio presidente in modo da evitare spiriti di rivalsa che potrebbero portare il Paese sull’orlo di una guerra civile. Utile sarebbe l’istituzione di una commissione per la verità e la riconciliazione sul modello di quella istituita in Ghana nel 2002 per fornire un risarcimento alle vittime di abusi. Barrow dovrebbe anche intraprendere un programma di riforma del settore della sicurezza, incentrato sulla professionalizzazione, la trasparenza, e la responsabilità dei servizi di sicurezza. Gli attori regionali e internazionali avranno un ruolo importante da svolgere nei prossimi mesi. ‘Le Nazioni Unite, l’Unione europea, ECOWAS e l’Unione africana (UA) devono aiutare il Gambia a trovare “la Sua via d’uscita” dalla crisi attuale. Per quanto possibile, l’aiuto internazionale dovrebbe essere riorientato verso le ONG, la società civile, i media indipendenti e le necessità umanitarie, per ovviare a quei fattori politici e socio-economici all’origine della violenza nel Paese.

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