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Pubblicato il 6 marzo 2017 | da Redazione Utoya.Lep

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Il problema è Renzi?

di Arturo Bandini

Siamo sicuri che Matteo Renzi sia l’unico responsabile della destrutturazione di quello che è stata la concezione del polo progressista per come lo abbiamo conosciuto, vissuto, interpretato dal 1996 in poi; di quello che è stato il percorso politico dall’Ulivo al PD, della fine di tutto questo il solo colpevole è Renzi?

Al di là delle simpatie o antipatie per il giovane di Pontassieve, è possibile che nella sua foga compulsiva alla fine dei conti Renzi abbia semplicemente indicato che il “re” era nudo?

Renzi non fa altro che concludere, conseguentemente ai presupposti, lo sviluppo di quello che il PD era sempre stato in nuce. Paradossalmente l’ammasso di macerie che lascerà dopo il suo passaggio, sono il frutto non della sua azione politica, bensì dell’essere stato il solo ad essere stato conseguente con il dettato politico che era stato posto alla base del pd.

Renzi non distrugge il PD, lo mostra per quel che è stato fin da subito.

Senza nessuna ipocrisia.

Tra più o meno un anno, faremo i conti con quello che sarà stato il suo passaggio.

È altamente probabile che al governo ci saranno o la destra (nella sua versione ragionevole se Berlusconi riuscirà nell’operazione Zaia, o nella versione trash con Salvini -incredibile solo pensarlo-) oppure la mandria informe dei trollatori da tastiera, soggetti anonimi che inneggiano alla democrazia diretta per poi eseguire passivamente le direttive del comico genovese e della Casaleggio associati.

Pensare che questo probabile scenario sia frutto solo di quello che ha messo in atto Renzi non è intellettualmente onesto. Ma soprattutto è politicamente inutile.

Renzi ha solo la responsabilità di avere portato a compimento quelli che sono stati i presupposti maturati nei venti anni precedenti il suo arrivo.

Le politiche del lavoro del centro sinistra diventano il jobs act perché prima c’è stato il pacchetto Treu.

La visione privatistica dell’economia arriva perché abbiamo svenduto tutto quello che era pubblico.

Il delirio della cosiddetta “meritocrazia” brandita verso i lavoratori esiste perché è stata cancellata ogni tipo di dialettica nelle relazioni industriali. I sindacati diventano un orpello inutile -anche grazie a loro stessi- perché abbiamo raccontato che la concertazione era la nuova frontiera del confronto tra parti sociali e parti datoriali.

Il rispetto dei conti e dei parametri come unico paradigma a cui indirizzare le politiche dei governi esiste perché l’ingresso nell’Unione Europea venne trattato al ribasso (do you rememeber Theo Waigel?).

Tutto il dibattito sui diritti civili (dai matrimoni gay all’eutanasia) avviene sempre in modo faticato, farraginoso, perché nel centrosinistra la laicità non ha mai avuto reale diritto di cittadinanza. Le questioni tipo il fine vita sono sempre state concepite come il rischio di perdere un pezzo di elettorato e non come occasioni di crescita della coscienza collettiva. Quindi vengono rimandate o ignorate. Il matrimonio tra persone dello stadio sesso diventa un pasticcio legislativo, concepito non per allargare la sfera dei diritti bensì come un compromesso al ribasso tale da non disturbare troppo le gerarchie cattoliche.

Sul come il garantismo da Occhetto in poi sia stato declinato a sinistra è meglio calare un velo pietoso, una visione strabica che che ha solo generato corto circuiti cercando di mettere insieme la difesa delle procure quando queste indagavano avversari politici con tutto quello che i casi, dal G8 in poi, passando per le morti di Cucchi e Aldovrandi, hanno significato e rappresentato in materia di giustizia.

Non ci si è mai domandati come ci si dovesse rapportare rispetto ai flussi migratori (dai tempi degli sbarchi degli albanesi a Brindisi) e questi si sono affrontati sempre con una visione o repressiva o passivamente assistenzialista. Senza contare la necessità di costruire percorsi di convivenza civile nell’era del cosiddetto “scontro di civiltà”

Renzi arriva dopo che tutto questo ha avuto venti anni di maturazione.

Renzi arriva dopo l’illusione che i post comunisti e i cattolici democratici potessero elaborare un progetto di governo reale, quando invece il massimo che sono riusciti a costruire è stato una sorta di “compromesso storico bonsai”.

A Firenze quando si propose l’Ulivo mondiale (!!!) c’erano Clinton, Blair e D’alema. Non Renzi. Liquidato Prodi si è pensato di cavalcare l’onda della reazione americana alla follia degli otto anni di Bush.

Veltroni come risposta italiana alla speranza incarnata da Obama.

Veltroni carico di tutta la sua inutile retorica, la sua effimera frivolezza spacciata per buonismo, che dopo aver distrutto “L’Unità” come direttore e aver preparato la caduta di Roma -esplosa poi con Alemanno- pensava realmente di impersonare il Kennedy italiano.

Senza che nessuno abbia avuto il coraggio di spiegargli che Kennedy alla sua età oltre ad essere già stato presidente era già passato, drammaticamente, a miglior vita.

Oggi Scalfari, togliendoci ogni dubbio sulla sua inutilità giornalistica, addirittura lo definisce “padre nobile della sinistra”, certificando che la sinistra in Italia è orfana.

Il comportamento di Napolitano negli ultimi sei anni?

Il ruolo svolto dal presidente emerito va considerato in un necessario processo di analisi?

A lui dobbiamo la nascita del peggior governo della storia repubblicana, sintesi estrema del ventennio post tangentopoli: il governo Monti.

Un governo nato comprimendo le prerogative parlamentari e costruito su un annullamento definitivo delle differenze politiche tra centro destra e centro sinistra, il cui risultato migliore (ed anche unico) è stato quello di fornire solide basi elettorali al movimento cinque stelle.

In tutto ciò la stampa italiana nella migliore delle ipotesi ha assistito in modo silente, nella peggiore è stata parte attiva. Parteggiando chi per l’uno chi per l’altro schieramento. Mai in modo asettico.

Esemplare, come al solito, è il caso de “la Repubblica” che oggi scarica l’ex sindaco di Firenze, quando ancora riecheggiano gli editoriali (simili ad omelie) del suo fondatore,  in cui spiegava al mondo le ragioni per cui era necessario votare convintamente a favore della pasticciata riforma Boschi.

Il contraltare al partito di Scalfari è stata “la gazzetta delle procure” di Travaglio.

Anch’egli impegnato alacremente a costruire il consenso elettorale del movimento.

In questo procedere impolitico anche quello che accade a sinistra non è da meno.

Si è passati da posizioni passive “pro ditta”, in cui tutto si poteva digerire in funzione dell’unità di un partito di fatto sempre più sgretolato, ad assemblee in cui al suono di “bandiera rossa” si ragiona sulla necessità di ricostruire un soggetto “de sinistra”.

A D’Alema andrebbe chiesto dov’era la sua finissima intelligenza politica quando i presupposti per farlo vergognare di avere la tessera del PD si mettevano in moto, giorno dopo giorno, prima e dopo il Lingotto veltroniano, prima e dopo il congresso fondativo del partito a vocazione maggioritaria svoltosi a Firenze.

Senza contare chi, in preda a sollecitazioni post adolescenziali, ancora crede di poter costruire un’opzione politica sfruttando il povero Berlinguer, agitandone l’ormai sbiadita, scolorata, la troppe volte tirata in mezzo senza senso, effige.

Ogni percorso politico che non affronti questi aspetti è destinato a non essere preso seriamente, ed il governo del Paese -in un momento storico assai delicato- verrà conteso tra pessime opzioni politiche.

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