Articoli indipendenza (1)

Pubblicato il 30 agosto 2017 | da Redazione Utoya.Lep

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Sui fatti di Piazza Indipendenza

di Alessia Bleve 

I fatti di piazza indipendenza che hanno dell’incredibile per via della disumanità, ferocia e violenza utilizzate, hanno, ovviamente, invaso il web e hanno scatenato gli opinionisti della rete. Una volta che certe immagini e certi video dello sgombero di via Curtatone hanno invaso i nostri occhi nessuno, credo, sia potuto rimanere indifferente. Io, come tanti, ho letto tutti gli articoli dedicati e anche i commenti postati a margine da normali consumatori della rete. Dopo l’uscita della foto della “carezza” del poliziotto, che ha avuto il potere di decostruire il contesto e capovolgere nuovamente l’esistente, i commenti si sono fatti meno intuitivi, più analitici nei confronti della situazione e dei suoi protagonisti. Tra i tanti commenti, che ho cercato di nuovo proprio ora, ma purtroppo non ritrovo più, uno di una signora che scriveva “non siamo stati la per tanto tempo e abbiamo fatto delle cose buone. Non abbiamo colpe. Loro sono venuti qua”.

” è ovviamente, l’Eritrea ed in quel preciso momento la mia storia personale si è capovolta. Mia madre era cittadina italiana con genitori italiani. È nata nel 1956,ad Asmara. Sul suo passaporto c’era scritto “nata in Etiopia” (nel 1956 Asmara apparteneva all’Etiopia) e il suo status era di “profuga”. Vuol dire che nel 1956 “noi” eravamo ancora là. E ci eravamo dalla prima campagna d’Africa, dalla fine dell’800.

ITALIANI “BRAVA GENTE”

Ogni famiglia ha i suoi aneddoti e le sue storie particolari. A 10 anni questa era per me solo una bella storia. Ascoltata tante volte. Mio nonno, Alfonso, “partì soldato” durante il regime fascista nel 1936. Era solo un ragazzo e durante uno dei suoi viaggi in patria per salutare la famiglia, molto dopo la fine della guerra, conobbe Filomena, mia nonna, che lo sposò per procura e prese una nave, vincendo ogni suo timore e paura, e sola, dopo 40 giorni di viaggio, arrivò ad Asmara. I loro figli nacquero ad Asmara. Trent’anni dopo, nel 1966 tornarono nella natia patria, l’Italia. È solo una storia romantica, accompagnata dalla romantica narrazione di mio nonno, morto molti anni dopo con il cosiddetto “mal d’africa”, la latente e permeante nostalgia che, come leggenda vuole, prova chi è vissuto in Africa e poi ha dovuto lasciarla, senza poterci mai ritornare. Solo molti anni dopo ricostruii la storia scevra da affetto e romanticismo. Le truppe italiane arrivano in quella che veniva chiamata (e mia nonna chiama ancora) “l’Abissinia” nel 1936 per portare a termine una vera e propria campagna di aggressione che doveva dare lustro e forza al regime fascista. Senza farsi precedere da dichiarazioni di guerra, senza tenere conto del diritto internazionale, come se l’Abissinia non fosse uno stato sovrano. Dall’Italia partirono migliaia di giovani arruolatisi nell’esercito fascista, molti senza neanche essere fascisti convinti, solo per sfuggire allo spettro della fame e al fantasma della disoccupazione. L’aggressione avvenne su due fronti il fronte settentrionale e il fronte somalo. A maggio del 1936 Mussolini annuncia dal balcone di Palazzo Venezia “la riapparizione dell’Impero sui colli fatali di Roma”. La documentazione in materia è frammentaria, ma si evince che l’esercito italiano abbia fatto largo uso di gas, l’iprite, l’aggressivo chimico più conosciuto e utilizzato all’epoca, rovesciato sugli etiopi sia sul fonte nord che su quello a sud. Nell’anno seguente la rappresaglia italiana continuò per debellare la resistenza degli etiopi, in forma “legale”, ufficiale e sistematica. I notabili, circa 400, furono deportati in Italia e altri, sia religiosi che laici, furono ammassati in campi di concentramento improvvisati in Eritrea e in Somalia. La propaganda fascista fece sfoggio di immagini per celebrare questa affermazione di potenza del regime. E l’Abissinia era dipinta come un grande paradiso sessuale in grado di appagare i desideri del maschio italiano. Le donne africane erano ritratte a seno nudo segno inequivocabile che non erano considerate persone, ma oggetti e prede. Nacque il cosiddetto madamato, le madame, le concubine abissine erano trattate non alla pari, ma vittime di violenza e sfruttamento. Il madamato veniva inteso come un libero accesso a prestazioni sessuali. Nel 1938 il regime vietò i matrimoni misti perché contrari all’onore e alla purezza della razza italiana. Era chiaro: non si potevano mescolare i conquistatori con i sudditi. Si arrivò a condannare i legami di sangue tra italiani ed etiopi descrivendo il meticcio come il frutto di un’unione contro natura tra una razza forte e una inferiore con caratteri animaleschi. A seguito furono definite delle linee di demarcazione molto fori tra gli spazi urbani per gli italiani e quelli per gli abissini: diverse le strade, diversi i quartieri abitativi, i cinema, i negozi, diversi gli autobus, diverse le scuole. Si era dunque avviato un regime di separazione razziale. Con la fine del regime fascista e la fine della guerra mondiale l’Abissinia non fu più colonia italiana. Non lo era più già dal 1941. Con la fine del secondo conflitto mondiale l’Eritrea fu annessa dal governo etiope. Le nazioni unite avevano stabilito che l’Eritrea doveva mantenere la propria autonomia, ma di fatto subì una vera e propria annessione. Nel 1961 iniziò la guerra per l’indipendenza che finì solo nel 1991 consegnando il paese ad Isaias Aferwerki. Asmara divenne nuovamente Eritrea solo nel 1993.

LA STORIA E LA MEMORIA

Mia nonna e mio nonno non tornarono in Italia nel 1966 perché ne avevano tanta nostalgia. Mia nonna e mio nonno tornarono perché restare “Là” era pericoloso. La guerra civile per l’indipendenza dell’Eritrea era già iniziata e quello che era un paradiso terrestre si era trasformato in un inferno di violenza, incertezza e morte. Mia madre e mio zio erano considerati “profughi”, cioè persone che fuggono da rischio di morte, da violenza, da senso di insicurezza. Nella mia memoria ci sarà sempre una vicenda romantica e resistente al tempo, ma la storia è diversa. La storia che ho ricostruito approfondendo e ricercando parole, termini, nomi di persone e di città, perché nessuno aveva osato raccontarle ad una bambina, non ha nulla di romantico. Ma ho sentito il bisogno di conoscerla. Ho il dovere di conoscerla. Perché non si ripeta. Altrimenti l’iprite lanciato sulle truppe resistenti abissine avrà sempre lo stesso sapore degli idranti di piazza indipendenza. Strumenti di offesa su popoli inermi che lottano per un futuro migliore. O per avere il diritto di pensare di poter avere un futuro migliore.

Avrei voluto che qualcuno me lo raccontasse a scuola cosa è successo in Abissinia, che qualcuno mi dicesse a scuola che oltre ad Auschwitz e Dakau c’erano Nocra e Danane, che non ci si mascherasse dietro la grande proletaria che si è mossa nutrendo futile e inutile nazionalismo e buonismo.

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